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P.P.

xarface | 13 Ottobre, 2011 00:55

La presenza ingombrante e ossessiva di padre pio funesta in modo particolare tutto il sud dell'Italia.
Abbiamo statue a grandezza naturale al centro di peraltro pregevoli piazze principali cittadine, calendari nelle officine di gommisti ed elettrauto (i cui titolari parlano come d'abitudine e sanamente di fica come qualsiasi gommista e/o elettrauto), imbarazzanti cappelle votive presso pubblici fontanili e crocicchi di campagna, serigrafie e gigantografia sulle fiancate di camion guidati da normali camionisti bestemmiatori (appassionati - va da se' - di fiche da anfratto di strada statale e di trattorie con ampio parcheggio), tristissime dediche su facebook ("condividi se mi vuoi bene"). Ne' mancano tendine ricamate che riprendono i tratti più riconoscibili del santo volto (solitamente, la barba), piatti di plastica appesi alle pareti delle cucine ("benedici questa casa"), scritte a pennello (raramente varianti con lo spray) sui cavalcavia: curiosamente, queste ultime (il cui tenore varia fra "proteggi chi passa qui sotto" a "grazie del tuo amore") si disputano lo spazio e l'evidenza con scritte dai riferimenti più marcatamente individualistici: "Tatina sei la cosa più bella che mi sia capitata" o "Tatina: il bocchino più indimenticabile che mi sia mai capitato"
Ho sempre ritenuto, non so francamente con quanta ragione, che questa perniciosa ubiquità riveli e denunci un imbarazzante ritardo culturale e rappresenti una insanabile tara antropologica. Collateralmente, sono convinto che continuerà, finche' esiste questo immondo culto di massa, ad esistere una irrisolta questione meridionale: nessuna modernizzazione, nessun riscatto sociale, civile e politico sara' mai possibile finche' uno spontaneo e vivifico auto-da-fe non avrà liberato i luoghi pubblici e i privati comodini delle case di Lucania, Puglia, Campania e Calabria dalla funesta effigia e del culto ad essa collegato.

 
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